Profondità e appuntamenti al buio.

Venerdì sera: mentre ti sbraghi pensando al weekend che hai di fronte, pensi intensamente al primo obiettivo del sabato mattina: riuscire a dormire.

Poche ore dopo. Sabato. Ore 05:45: sveglia come un grillo.

Niente. Normale amministrazione quindi.

Ti alzi, ti dirigi verso il frigo e con un occhio ancora chiuso cerchi di capire dov’è finito il tuo latte di mandorla. Prendi un pezzo di cocomero (l’hai scelto proprio male stavolta, sembra di mangiare un cetriolo). Poi decidi di buttarti sul divano e di iniziare una maratona di film.

Il primo è una sorta di appuntamento al buio. Lo scegli a caso tra la lista che ti compare di fronte. Così, giusto per sorprenderti un pò.

Parte una storia di relazioni familiari intricate in cui i protagonisti scoprono di non conoscersi così tanto come pensavano. Insomma, una di quelle storie angosciose in cui ti guardi intorno e non riconosci più le persone che fino a poco prima pensavi fossero le più importanti della tua vita. O meglio, restano ancora le più importanti, ma vivi con  l’ansia del dover ricostruire la fiducia di rapporti che pensavi fossero cristallini.

La prossima volta la tappa dell’appuntamento al buio la salti, hai già deciso.

Poi però, nel tuo masochismo, decidi di andare fino in fondo e di continuare a vederlo.

E ti ritrovi a pensare a quanto siano complicati i rapporti interpersonali. A quanto spesso si faccia fatica ad essere se stessi. A quanto raramente permettiamo alle persone di conoscerci davvero. A quanto siamo armati; neanche tanto di noi stessi, ma delle nostre difese.

E’ difficilissimo scoprire il fianco debole; lasciare a chi ci è accanto la possibilità di vederci umani, con le nostre debolezze, le nostre manie e tutti i particolari che ci rendono unici. In fondo è proprio per questi che siamo stati scelti, no?!

Ricordi che quando lavoravi in pizzeria, vedevi coppie, famiglie e amici di ogni sorta. Ti divertivi ad osservare le dinamiche teatrali che spesso si svolgevano di fronte ai tuoi occhi. La cosa più complicata era gestire la modalità confidente.

E ti ritrovavi a dover consigliare senza giudicare.

Una delle cose più difficili del mondo.

Quando l’empatia sortiva il suo effetto, ti ritrovavi a parlare con persone che avevano paura di vivere delle vere relazioni. Persone che ti dicevano: “Ma cosa significa amare? Amare è tutta una scelta di testa. E’ una lista di cose che ti piacciono e pian piano ti rendi conto la persona che hai di fronte, ti sta permettendo di spuntarle tutte”.

Eh no eh. Questo è troppo. Ma il cliente ha sempre ragione. Quindi respiri, scarichi le prime parole che ti verrebbero in mente a terra e ti concentri sul bancone che deve essere pulito in modo da poter chiudere la serata.

Poi lo guardi e rispondi. Rispondi che una risposta vera non c’è. Che ognuno ha il proprio modo di amare. Rispondi che a tuo avviso quella lista è solo un modo per difendersi. Perchè hai paura che qualcosa di diverso da quello che hai scritto, ti faccia davvero perdere la testa, aprendo la tua vita e facendoti mettere in discussione tutto.

Rispondi che essere pronti ad amare per te è un’altra cosa. Che i rapporti fanno paura, ti mettono davanti a te stessa più di ogni altra cosa al mondo ma che sono la palestra più allenante di tutte. Che la sensazione di riuscire a sentire qualcuno come parte di te in maniera così tanto intensa è il regalo più bello del mondo. Che nessuno specchio sarà mai così tanto riflettente come il viso della persona che ami.

Che quando hai la fortuna di provare qualcosa di simile, vuoi tutt’altro che carta e penna per ridurre qualcosa ad una lista.

Voli su un’altra dimensione. E nel farlo cresci e cresci così tanto che alla fine devi rispiegare te stessa a chi pensa di averti sempre conosciuta.

Perchè l’amore è questo. Una porta che si apre sulla te più profonda.

Ecco perchè fa così paura.

Ma quando riesci a toccare quella profondità e l’abbracci capisci che era esattamente questo, quello che stavi cercando.

Parte il secondo film. No eh. Un altro così no.

Com’è che si chiamava l’horror che avevi letto ieri?

 

 

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Usare la vita per trasmetterla.

Don’t find a job, find a mission.
“Non cercare un lavoro, cerca una missione”.
Oggi ho trovato questa frase mentre stavo preparando le slide per un nuovo progetto.
Mi ha colpita molto. Sarà che la lingua inglese va dritta al punto. Sarà che questa frase ha sempre rispecchiato la mia filosofia lavorativa.
Sarà perchè per lavoro, quando incontro qualcuno che, in controtendenza al pessimismo cosmico, fa il proprio mestiere con passione, lo percepisco vibrare in maniera diversa.
Gli occhi accesi. L’entusiasmo.
Quando ero piccola ogni periodo dichiaravo di voler fare un lavoro differente. E puntualmente questo lavoro di turno era quello di qualcuno che avevo incontrato e che era riuscito a trasmettermi la sua passione.
Non guardavo il mestiere. Percepivo l’entusiasmo.
Era l’entusiasmo quello che volevo fare mio.
Quello che dopo tanti anni ti porta a guardare le stesse cose in maniera instancabilmente diversa.
Quello che ti permette di trasmettere.
Perchè lavorare è questo: trasmettere.
Nel lavoro plasmi te stesso e plasmi ciò che fai sulla base di quello che sei. Ecco perchè ognuno è unico e insostituibile.
Ed ecco perchè non ha senso paragonarsi agli altri.
Perchè ognuno ha la sua propria di missione.
Penso che sia fondamentale capire cosa alimenta il nostro personale motore. Che cosa ci permette di andare sempre avanti nonostante tutto. Ciò che non può e non deve mancare mai.
Al di là delle circostanze, degli stati d’animo, delle scelte.
Avere una fiamma viva dentro, è avere una bussola.
Un richiamo a quelli occhi accesi. Sempre
Don’t find a job, find a mission.
#mission #lavoro #passione 

E quindi scrivi.

Quando le sensazioni non si possono spiegare e c’è bisogno di fare ordine nel caos, allora scrivi.
E’ un istinto. Un prolungamento.
Scrivi della signora che oggi al negozio di alimentari, scusandosi, ti ha chiesto di aspettare un attimo ed è scappata nel retro bottega.
Dalla finestrella la vedi abbracciarsi con un tizio che sembrerebbe essere il marito. E tu un attimino scleri. Un pò perchè rosichi e un pò perchè le lancette dell’orologio corrono e tu sei lì ad aspettare i suoi comodi.
Poi sorridi. Solo i vecchi alimentari di paese sono così. Lì dove le logiche del “Corriamo tutti sempre e comunque” sembrano non toccare minimamente le dinamiche quotidiane.
“Signorina, mi scusi, mio marito sta per ripartire per lavoro e avevo bisogno di salutarlo”.
Vorresti dirle che hai rosicato ma che conosci bene quegli abbracci. Quei momenti in cui vorresti dire tutto, ma poi finisci per stare in silenzio. E quella parte di te che è rimasta lì, a zonzo, tra gli abbracci e i chilometri.
Scrivi della bellezza che ti circonda. Anche di quella che a volte si manifesta in momenti che sono tutto tranne che belli. E che per questo apprezzi ancora di più.
E’ una bellezza che vivi e conquisti.
Lo fai non sapendo di preciso dove andare e forse nemmeno quanto tempo ci vorrà. Ma sai che c’è. E questo a volta basta di meno, a volte di più. Ma basta sempre.
Scrivi delle vittorie di cui brillano le persone che ti sono accanto e che spesso vivi in maniera ancora più intensa delle tue. Perchè il bello dei rapporti è proprio questo. Vivi la giornata di cinque persone in una. E l’esistenza si prolunga. Prende aria, respiro. Si amplia.
Scrivi anche quando non sai bene cosa scrivere, perchè ti ricordi Beethoven: “Ogni giorno un rigo”.
Le frasi che fungono un pò da grillo parlante. E quindi puntualmente ci scleri.
Scrivi delle decisioni che ti cambiano dentro. Un giorno ti svegli e hai fatto un saltino. E quel salto ti dà coraggio a prescindere dagli effetti che vedi già manifesti.
Scrivi e il caos rientra.
Domani ce ne sarà altro ma nel frattempo, va bene così.

Granelli di complessità.

Milano. Venerdì. Ore 05:45.
Ma le vacanze non erano fatte per eliminare la sveglia?
So che non posso assolutamente fare tardi e perdere l’aereo.
Anche se, trattandosi del ritorno, potrei fare un’eccezione.
Ma la mia fastidiosa disciplina me lo impedisce e infatti stavolta sono stramaledettamente puntuale. Anche troppo. Il che mi innervosisce.
Salto le smancerie dei saluti al mio ragazzo. Saluti ai quali non mi abituerò mai abbastanza.
Controlli su controlli. Mi scordo di avere la cosiddetta “priority” quindi rifaccio la fila due volte (giusto per gradire).
Quando riesco a poggiare il posteriore sul sedile e mi accoccolo per dormire un pò, il bambino seduto sul sedile affianco al mio comincia a piangere disperato e i genitori non riescono a placarlo in alcun modo.
Stessa scenetta sul sedile posteriore.
Sarà un fantastico viaggio. Ci sono tutti i presupposti, vedo.
Per fortuna ho i miei appunti di viaggio e il mio blocco con me; quindi riordino le idee e mi metto a scrivere. Sapevo isolarmi dal mondo, quindi dovrei ancora riuscire a farlo.
In queste settimane ho conosciuto tantissime nuove persone.
Tutte indistintamente mi hanno lasciato addosso qualcosa di nuovo. E tutte in qualche modo mi hanno portato a riflettere sul cambiamento.
C’è un fil rouge che innegabilmente ci lega. In quanto vita, in quanto esseri umani. E spesso questo filo si diverte a far incontrare persone che condividono gli stessi bisogni, le stesse “stanze” e senz’altro, le stesse paure.
Mi sono resa conto che la cosa più bella che possa esserci nella vita è proprio questa magia. Sentirsi soli rispetto ad una sofferenza, credere di avere pensieri sciocchi e sentire tutto ad un tratto qualcuno che ti dice “sai, anch’io..”.
Dare agli altri la possibilità di essere se stessi è senza dubbio una delle cose più importanti; accettare che ogni singolo giorno sia una nuova possibilità per conoscerli ancora e ancora. Che non ci sarà mai un limite a questo.
Accettare di essere noi stessi qualcosa che scorre. Non un poster immobile sempre uguale a se stesso.
Troppo semplice volere bene a qualcuno soltanto quando resta all’interno degli schemi che noi abbiamo scelto per descriverlo e che probabilmente ci fanno comodo.
Troppo semplice e troppo riduttivo.
E’ un allenamento soprattutto per se stessi. Per tutte le volte in cui ci giudichiamo perchè andiamo fuori dal tracciato, perchè pensiamo che gli altri così ci ameranno meno e che forse stiamo osando troppo.
Qualcuno proprio oggi mi ha ricordato che la vita è fatta per osare.
Tutti hanno il diritto di essere conosciuti e amati per la propria complessità. Anche quella scomoda. Anche quella che fa paura. Perchè quella complessità è il regalo più bello che qualcuno possa farci.
Il regalo più bello che possiamo farci.
#viaggidiritorno #complessità #vita #filrouge

L’inizio è tutto.

Avete presente il momento in cui la sveglia suona e voi state ancora cercando di capire chi siete e dove vi trovate?

Si, immagino proprio di si.

Ecco, penso che sia proprio quel preciso istante quello in cui decidi come andrà la tua giornata. (E voi direte….siamo proprio messi bene allora).

Ci sono mattine in cui senti proprio che quel piede non si vuole poggiare a terra; così ti trascinerai fino al bagno, aprirai la doccia e starai un’ora sotto il getto dell’acqua bollente (…maledicendo gli spifferi che inevitabilmente sentirai una volta aperta la doccia).

Allora apri una fessura piccolissima, giusto quel tanto che ti permette di infilare la mano e tastare il mobiletto a sinistra per cercare di trovare l’accappatoio.

No, la cintura come al solito non l’avevi infilata dentro i passanti e così cade nel piatto della doccia inzuppandosi. Ecco che cominci la giornata pesando otto chili di più e pendendo dal lato zuppo dell’accappatoio (andiamo bene!)

Apri l’armadio una prima volta e cominci a storcere il naso perché come al solito non c’è niente che metteresti. Vai a fare colazione e poi torni speranzosa di fronte a quelle ante.

No, non c’è niente di nuovo che si è materializzato mentre scaldavi il latte.

Quindi ti riduci a scegliere all’ultimo momento, proprio come al ristorante quando, di fronte al menù, lasci che a farti scegliere sia l’ansia da cameriere con il tablet in mano.

Ti vesti in tutta fretta dimenticandoti l’accappatoio bagnato sul letto. La cinta bagnata finisce inevitabilmente per inzuppare il cuscino, ma sei troppo impegnata a capire con quanti minuti di ritardo arriverai questa volta per ricordarti di quel particolare.

Finirai per ricordarlo quando stanca non vedrai l’ora di tuffarti con un triplo salto carpiato dentro il letto e invece passerai mezz’ora con il fono per cercare di renderlo abitabile.

E così, ti addormenti. Con il telefono in mano. Poco prima di riuscire a mettere la sveglia.

Lascio a voi immaginare come andrà domani.

 

 

Scricciolo.

A volte incontri dei piccoli concentrati di energia. Energia che non fa nulla per nascondersi. (E per fortuna).
A me e’ successo proprio oggi pomeriggio.
Ero seduta di fronte ad un caffe’ ( si fa per dire…in effetti era un orzo. Tristissimo, come me l’ha definito qualcuno).
Sapevo che sarebbe spuntata dietro l’angolo da un momento all’altro.
L’avevo sentita solo telefonicamente. Conoscevo la sua storia e volevo scriverla, perche’ c’era qualcosa di tremendamente bello in tutto quello che avevo percepito.
Quando l’ho vista arrivare non ho avuto bisogno di nessun segno di riconoscimento per capire che fosse lei.
Ci siamo salutate, si e’ seduta e ha cominciato a parlarmi come se ci conoscessimo da una vita. Davvero una bella sensazione.
Niente barriere. Niente forzature. Solo un uragano di parole. (Tra me e lei in effetti non so ancora dire chi fosse peggio).
Un passato difficile e quella sfrontatezza che e’ palesemente solo voglia di riscatto. Solo voglia di credere nella possibilita’ di farcela. E farcela davvero.
Non deve convincermi di questo. C’e’ gia’ riuscita senza nemmeno fare il minimo sforzo.
Una di quelle ragazzine che si fanno voler bene fin dal primo momento. Di quelle pestifere che ti prendi a cuore perche’ ne riconosci le enormi potenzialita’.
Mi parla della comunita’ in cui e’ stata, dei bellissimi legami che e’ riuscita a creare e della sua voglia di poter sfruttare la sua esperienza per poter aiutare chi, come lei, ha intrapreso un percorso incidentato, senza con questo macchiare la propria anima.
In effetti in lei non si vedono affatto i segni del suo passato. Sembra non averlo mai vissuto davvero. Glielo percepisci addosso per il solo modo di parlare e di affrontare temi che sarebbero stati normalmente al di fuori della portata di una ragazzina di quell’eta’.
E’ proprio vero che ogni singolo passo del proprio personale percorso non e’ mai vano. Nulla e’ tracciato a caso, anche quando il senso di quelle pennellate proprio non lo capisci e ti sembrano solo il frutto di un destino insensato.
La cosa che piu’ mi ha colpito di questa giovane donna e’ proprio la sua enorme forza e quel sorriso che sa di leggerezza.
Mentre ci siamo salutate, l’ho abbracciata forte, augurandomi di vederla risplendere di quella luce ai miei occhi gia’ palese.
Perche’ quando il sole picchia forte non c’e’ scampo per nessun tipo di ombra. E lei davvero sembra non conoscerla affatto.
Ciao piccolo grande sole. #labellezzadegliincontri ❤❤❤

Trecce bionde.

“Memoria del telefono piena”. La mia scritta preferita. Decisamente. Soprattutto se compare mentre sto cercando di fotografare qualcosa che puo’ sfuggirmi da un  momento all’altro. E’ proprio un brivido che ti sale lungo la schiena, arrivando ai nervi con una capacita’ a dir poco sorprendente.

Forse e’ il caso di fare pulizia. Si, di quelle che durano da Natale a Santo Stefano,ma che almeno danno una tregua momentanea da quella scritta che dispettosa continua a lampeggiare anche dopo aver esaurito l’eliminabile.

Questa no, questa no, questi si…e poi una foto, una di quelle che avevo protetto da sguardi indiscreti. Il senso di tutto quello in cui credo.

Spettacolo teatrale in carcere: il sipario si chiude e arriva il momento dei saluti. Intere famiglie presenti, fosse anche solo per la possibilita’ di condividere la stessa dimensione spazio-temporale con i propri cari. E’ un’elemosina di attimi. Briciole di sguardi di cui si ricorda soprattutto l’assenza. Quell’assenza che fa male e buca i ricordi, svuotando le emozioni.

Trattenersi. E’ il verbo che va per la maggiore. Nessuno slancio. Compostezza.

Ma una bimba non ci sta a limitarsi. Non ci sta. Con la classica irresistibile ribellione dei poppanti alle regole.

Il suo papa’ sta per svanire di nuovo dietro il sipario ma prima le riserva un bacio da lontano. Mi dispiace quasi rubare questo momento, dovrebbe essere loro.

Il diritto di proprieta’ sugli attimi. La cosa che a me mancherebbe di piu’. Evidentemente quella bambina e’ d’accordo con me, perche’ sfugge alla stretta della madre che inutilmente cerca di recuperarla correndo tra le sedie della platea. Trecce bionde (mi piace ricordarla cosi’) sale sulle scalette che la dividono da quel bacio e salta addosso al suo papa’. Sono tante le lacrime. E mentre gioisco per quello slancio che non si e’ lasciato addomesticare, scatto una foto, ripromettendomi di regalarla a quella simpatica ribelle per la quale ho fatto un tifo silente.

La forza della presenza. La necessita’ della presenza. Mi chiedo se sia giusto per trecce bionde dover affrontare tutto questo, limitando le immersioni in quelle braccia e trasformandosi in una ribelle per il solo naturale bisogno di tempo in piu’.

Scende da quelle scalette come un’eroina che ha vinto la sua personale battaglia e mentre si asciuga i lacrimoni l’abbraccio anch’io. In quella stretta la sento sofferente ma terribilmente viva. E forse quell’abbraccio serve piu’ a me che a lei.

Non privarsi dei propri slanci e delle proprie emozioni. Non privarsi di se stessi. Mai.

E allora forse quella scritta puo’ continuare a lampeggiare. Trecce bionde ha riempito la memoria. Si, ma soprattutto, il cuore. #slancio #attimidiproprieta’ #battaglie

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