Ingressi.

Quella mattinata sarebbe stata molto calda. Era questo il primo pensiero che feci svegliandomi.  Forse per questo non lottai affatto con la voglia di rimanere a letto. Una bella doccia fredda e poi la mattinata poteva cominciare. Salutai Pablo, una palla di pelo nero spalmata sulle mattonelle. Ormai ho imparato a cronometrare il tempo che impiegano le mattonelle a scaldarsi sotto il peso della sua pelliccia. Durante le giornate torride Pablo si sposta in continuazione e rimane acciambellato per un po’, forse nella speranza che il refrigerio stavolta possa durare un po’ di più del solito.

Cerco qualcosa per fare colazione. Ecco un altro sintomo del fatto che sarà una giornata caldissima. La mia totale assenza di fame. Normalmente avrei già svuotato il frigo.

Apro l’armadio. Un classico. Quello che cerco è a lavare. E mentre elaboro un piano B, faccio mente locale sugli impegni della giornata. Ogni volta queste scenette sarebbero da riprendere. Gestione del tempo la chiamano (la stai facendo nel modo sbagliato!). Ma in fondo correre mi piace. Mi è sempre piaciuto. Chissà perché. Nel tempo restante (ma perché è rimasto del tempo?!) riempio di chiacchiere mia madre. Full immersion, una sorta di segnale orario narrativo e fatto in casa. Poi mi precipito fuori dalla porta. Non mi stupisce il caldo intenso che sento arrivare sulla pelle.

Mentre cerco le chiavi della macchina, il mio sguardo finisce sul cielo. Azzurro intenso direi.  Scendo le scale con il naso ancora all’insù e non mi accorgo che, mattiniera come me, c’è la mia vicina di casa. Accenno ad un saluto e vedo il suo sguardo perso in quello stesso celeste che mi aveva catturato fino all’attimo prima. Chissà se quel cielo lo sta guardando davvero o è solo preda  dei suoi pensieri.

Dov’eravamo?! Ah, si . Gestione del tempo. Salgo in macchina e accendo la radio prima ancora di aver chiuso la portiera. Mi piace l’atmosfera mattutina. Mi piace avere tutta la giornata davanti a me e non sapere cosa mi aspetterà  o con quali occhi tornerò a vedere quel cielo la sera.

Lo sprint finale è dal parcheggio al carcere.

Ricordo ancora il mio primo ingresso. Non essere mai entrati in un posto, eppure sapere con certezza che c’è qualcosa lì dentro che fa parte di te. Avete presente?! Bene, è esattamente quello che io ho provato quel giorno. Beh, non proprio con questa chiarezza.

Sento le porte chiudersi dietro di me.

Credo di non aver mai provato paura.  Solo la sensazione di “freddo”. Il freddo di pareti tutte uguali, prive di racconti. Il freddo della chiusura, della diffidenza, della separazione. Il freddo di un limbo in cui tutto sembra essere sempre uguale a se stesso e il tempo sospeso come se qualcuno avesse deciso di incepparne gli ingranaggi.

E poi loro. A rendere tutto umano. Non il tempo. Non le pareti. Loro e i loro fogli.

Non era mai facile trovare le parole giuste per incoraggiarli, per fare breccia in quell’oscurità ed illuminarla. Almeno un po’. Almeno per un po’. A volte mi sembrava davvero di dire banalità, di disperdere parole nel vuoto, costantemente respinte da uno scudo difensivo. A uso e consumo della loro personale difesa. Difesa da se stessi, non da me.

Una sfida.

Accarezzare ogni giorno quello scudo, creare delle crepe, anche piccole, impercettibili, affinché potessero loro stessi percepirsi dietro lo strato di quell’armatura . Percepire quello che tu stessa senti, come se facesse più rumore di tutto il resto;  con la consapevolezza  che nessuna barriera, per quanto dura possa sembrare, può resistere a lungo al richiamo di un’altra anima. Sembrerebbe semplice parlare di consapevolezze;  ma a guidarti è soprattutto la folle fiducia nella possibilità di inceppare meccanismi sempre uguali e tornare a far scorrere il tempo. La vita. Mostrare altre connessioni, altre melodie. Altri modi di vedere e di sentire.

E’ un grido sordo quello che richiede aiuto. Una contraddizione nei termini.

Tutto ti tiene alla larga; quello stesso tutto che spera tu resti. Che tu sia in grado di insistere. A volte è come se davvero ti mettessero alla prova, come se ti spingessero al limite per vedere se davvero credi in quello che dici. Come se per fidarsi di quell’anima palpitante che tu dici di vedere in loro, avessero prima bisogno di vedere se e quanto tu stessa credi alla tua.

Ricordo che dai miei primi turni uscivo stanca, come se avessi lottato dentro e fuori, come se avessi dovuto resistere ai colpi.

Ma ne uscivo temprata.

E quella battaglia colorava visi,restituiva calore.

Restituiva l’umano.

E quel cielo la sera lo guardi arricchita. Dei tuoi occhi e delle anime che li popolano.sbarre-luminose

 

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2 thoughts on “Ingressi.

  1. Ricordo bene quel giorno
    Freddo!
    Come solo un posto privo di umanita’puo’ essere..
    Estate,inverno,il freddo e’ uno stato d’animo,in un posto dove “fidarti” puo’rovinarti la vita….

    Ti portano in un posto
    Computer,ragazze,luce e tante belle parole…
    Ti senti un bigol

    Noi diffidenti?
    In un sistema che non gli importa se hai le emorroidi…..

    Dottori che si fanno una carriera sulle debolezze bi un carcerato, cosa vuoi che siano pochi anni di galera in più…!

    Poi arriva..
    Pallida.. gialla,spalle chiuse..
    Penso:hapaura!
    Non mi fido di chi non si fida, di chi ha paura!
    Poi mi faccio coraggio e guardo bene,
    E’giovane,e’pulita,
    La sua non e’ paura ma rispetto.
    La guardo e lei apre le spalle e sorride

    Oggi x Me e’
    La mia Lo!

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    1. *.* se avevi intenzione di farmi commuovere ci sei riuscito ❤ Sono io che ringrazio tutte le volte in cui notavi anche solo qualche piccola inflessione di voce, qualche microespressione invisibile ai più. Grazie per queste magnifiche parole ❤ Ti voglio bene

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