Storia di come sono finita dentro – Parte prima –

2013

Tre anni.

Tre anni dentro.

 Una condanna?

No. La storia di un sogno.

Un sogno rimasto in formato pigiama per tanto tempo. E poi esploso.

Esploso, come tutti i sogni che navigano nelle profondità dell’essere e che ti ricordano che sono ancora lì, inascoltati.

E poi un giorno per caso (Ma perché, esiste il caso?!) incanalati come se fossero da sempre destinati a trovare uno sbocco. Come se in fondo tu l’avessi sempre saputo che sarebbe andata così. Che non poteva essere diversamente.

Forse è per questo che ad oggi ripensando al percorso, non riesco a ritrovare un punto di inizio, ma solo una continuità naturale. Quella naturalezza che nella vita segna tutti i percorsi autentici, rendendoli ancora più belli perché moti diretti dell’animo.

Ricordo solo che un pomeriggio di tre anni fa,seduta sul letto con il portatile sulle gambe ho ricevuto la mail di un’amica. Un’associazione di sua conoscenza organizzava un corso per Volontario Penitenziario.

Eccola lì l’occasione. Eccola lì la naturalezza. Quelle stessa che mi ha fatto superare l’impasse da indecisione nell’arco di mezzo secondo. L’attimo dopo avevo già chiamato per avere informazioni e mandato la candidatura per l’iscrizione.

E l’avevo fatto talmente tanto velocemente che mi ero ritrovata dentro prima ancora di aver realizzato quello che stavo facendo.

Ricordo anche che in quel periodo (di nuovo il caso?!) stavo preparando un esame che era proprio sul Diritto Penitenziario e feci quindi, tra università e corso di formazione, una full immersion in quel mondo che mi ero sempre e solo limitata a guardare da lontano.

Adesso avevo una lente di ingrandimento. O un microscopio. (A seconda dei casi).

I sogni esplosi.

Voci Di Dentro. Il nome già mi piace.

Sento discorsi che mi piacciono. Discorsi che abbracciano il diritto ma in favore dell’umano. Un diritto che è strumento a servizio degli uomini e non un’entità astratta e lontana.

Una visione inclusiva della società. Che non esclude. Che si responsabilizza. Che non si limita a giudicare, ma vuole capire.

Una società che non accetta di perdere pezzi. Che si cura di tutti allo stesso modo, perché finirebbe per sentirsi incompleta altrimenti.

E questo mi bastava per andare avanti. Riempivo quaderni di appunti. Approfondivo fonti, autori che non conoscevo e che avevo sentito a lezione. Ho sete. Sete di quello che sento.

Il corso finisce e il presidente dell’Associazione, Francesco Lo Piccolo, giornalista (e io adoro scrivere…un altro caso?!) inizia a prendere i nomi di coloro che hanno deciso di continuare il percorso e vogliono diventare articoli 17.

(Aspetta si, questa la so. L’avevo studiata proprio il giorno prima sul manuale. Le soddisfazioni ^.^)

Art.17
Partecipazione della comunità esterna all’azione rieducativa

La finalità del reinserimento sociale dei condannati e degli internati deve essere perseguita anche sollecitando ed organizzando la partecipazione di privati e di istituzioni o associazioni pubbliche o private all’azione rieducativa.

Sono ammessi a frequentare gli istituti penitenziari con l’autorizzazione e secondo le direttive del magistrato di sorveglianza, su parere favorevole del direttore, tutti coloro che avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di potere utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera.

Le persone indicate nel comma precedente operano sotto il controllo dei direttore.

Si si. Voglio decisamente essere un articolo 17.

Il giorno del mio primo ingresso ero insieme a Francesco. Fu una giornata incredibilmente emozionante. Arrivammo presso il Carcere di Pescara alle ore 09:00 e io non avevo la più pallida idea di cosa avrei detto o fatto. Sapevo solo che volevo essere lì e che volevo trovare il modo per impiegare tutta me stessa in nome di quell’ideale che per tanto tempo avevo coltivato dentro di me.

Decisi che sarei rimasta zitta (Io zitta?! Ebbene si, zitta) e che avrei semplicemente ascoltato tutto ciò che loro avevano da dirmi.

Odori nuovi. Rumori nuovi. Cancelli. Tanti cancelli.

Un corridoio esterno che sembrava infinito. Ogni passo che mi avvicinava a loro era un passo che muovevo verso me stessa.

Ricordo che formammo un cerchio, mi presentai e Francesco iniziò a parlare del nuovo numero del giornalino che avrebbero dovuto scrivere. Tutti avevano trovato qualcosa da ridire sul numero precedente (Cominciamo bene!). La scelta della copertina iniziale, del titolo, di un testo. Trattavano quel giornalino come se fosse qualcosa di prezioso, da difendere. L’espressione della loro libertà. Delle loro voci. La possibilità di fare qualcosa che uscisse fuori da un circuito chiuso.

Perché il carcere lo è. Un circuito chiuso, totale. Un buco nero in cui tutto è inevitabilmente sospeso. Vite in stand-by.

(Ma come può una vita essere in stand-by?).

E soprattutto, dov’è finita la rieducazione studiata in tutti quei testi d’esame? Che senso ha chiudere qualcuno all’interno di quattro mura, senza poi dargli la reale possibilità di intraprendere un cammino di consapevolezza?  Qual è il fine, trovare il capro espiatorio oppure fare in modo che ciò che è accaduto, qualunque cosa essa sia, diventi materiale di valore per comprendere cosa non è andato e fare in modo che le dinamiche future siano differenti? (I miei pensieri sollevavano polveroni a riciclo continuo).

Non capivo il senso.

Mi sembrava di vedere una realtà che aveva confuso il mezzo con il fine, che aveva perso di vista le reali ragioni del suo esistere.

Ricordo tutti i loro visi, le loro parole, la loro accortezza nei miei confronti (Mi offrirono la classica pastiera napoletana e io pensai “Caspita, cucinano decisamente molto meglio di me” – Non che ci volesse poi molto. Mi ritrovai con un chilo di zucchero a velo sui pantaloni neri. Finii il dolce in mezzo secondo).

Vidi l’umano. Lo toccai con mano. E d’un tratto dimenticai completamente il posto in cui mi trovavo. Mi tuffai nelle loro storie. Cercai di leggerle con i loro occhi, perché i miei in quel caso non erano utili per capirli.

E tutto questo non mi costava fatica. Non dovevo sforzarmi.

Mi sono subito resa conto che chiudere qualcuno all’interno di un dimenticatoio spazio-temporale è la scelta più semplice.

Lontano dagli occhi.

Si, è questa la disumanizzazione (Zimbardo docet).

Si riesce a mettere la logica punitiva davanti alle persone solo se si crea distacco. Solo se si frappongono barriere. Solo se si crea un contenitore dove raccogliere tutto ciò che è scomodo (come la famosa polvere sotto al tappeto). Solo se si smette di vedere l’altro come essere umano. Se lo si tratta come mezzo. Come oggetto.

Non che con loro io sia andata mai sul leggero.

Ho sempre detto loro tutto quello che mi passava per la testa e ad oggi ho perso il conto degli “Stronza” che mi sono presa. (Tutta salute).

Non ho mai giustificato. E questo l’hanno sempre saputo.

Non li ho mai trattati come la parte debole o indifesa. Non li ho mai visti come vittime (anche perché hanno carattere da vendere).

Ho sempre e solo cercato di capire. Di andare oltre.

Hanno commesso un reato, si. Ma non sono solo reato.

Commettiamo errori tutti i giorni, ma noi non siamo solo la somma dei nostri errori.

Vorrei che se sbagliassi qualcosa, mi venisse data la possibilità di capire il mio errore, di prendermi la responsabilità delle conseguenze (che penso sia molto più importante del semplice “pagare”) e di scegliere che strada prendere, consapevole delle possibilità.

Soprattutto delle mie, di possibilità.

Già, perché è importante sapersi infiniti nelle nostre apparenti finitezze. E la cosa più triste di tutte è che troppo spesso l’essere umano lo dimentica. O forse non ha mai avuto modo di saperlo.

Credo che sia proprio questo il motore che mi ha sempre spinto tra quelle mura. Il motivo fondante di tutti i miei ingressi.

La voglia di non sprecarsi e di non sprecare. Di usarsi al massimo. Per poi potersi dire, ho vinto. Su me stesso.

Tutti abbiamo la nostra dose di oscurità. Il punto è solo se accendere la luce e voler guardare il panorama oppure restare immersi nel buio, perdendo la possibilità di vivere i colori, l’entusiasmo, la sofferenza.

E io voglio che qualunque scelta, qualunque essa sia, sia fatta in maniera consapevole.

Perché quando si mostra la vita, il suo richiamo diventa impossibile da evitare.

Quando penso a Voci Di Dentro, penso a questo.

Alle Sirene di Ulisse.

Ma Sirene di Vita.

cella-sbarre-carcere

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9 thoughts on “Storia di come sono finita dentro – Parte prima –

  1. La storia racconta una persona che non resta in superficie, lo stile narrativo la capacità di scrivere e raccontare di sè e della profondità dell’essere umano.

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  2. Mi ha emozionato leggerti 🙂 . E’ un piacere averti scoperta! Ho provato emozioni diverse dalle tue, attraverso il volontariato. Sono realtà diverse, ma entrambe contengono emozioni fortissime.

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