Storia di come sono finita dentro -Parte seconda –

Recidiva.

E poi ancora. E ancora.

Si.

Perché il canto di quelle Sirene aveva prodotto richiami.

Come quei sassolini lanciati per gioco sulla superficie dell’acqua. Cerchi concentrici che prendono piede fino a inglobare l’intera distesa. Ad un tratto tutto torna apparentemente come il secondo prima.

Apparentemente.

Perché quel piccolo sassolino ha creato nuova presenza. Movimento. Echi.

Echi che avevano inevitabilmente iniziato ad influenzare anche la mia di vita. I miei occhi. La prospettiva attraverso la quale guardare le mie giornate, i libri d’esame. Ogni singolo rigo di quei testi assumeva un significato completamente diverso. Si faceva concreto. Parlava di una realtà diventata vivente. Animata. Che adesso aveva dei nomi, dei volti. Aveva perso il suo anonimato.

E da quelle righe ora strabordava. Chiedeva spazio.

Ricordo che le prime due settimane, complice la sessione d’esami appena terminata, andai in carcere ogni singolo giorno. Quelle mattinate mi creavano dipendenza, mi facevano sentire viva.

Shimei.

Si, in giapponese è questo il termine utilizzato per “missione”.

Adoro il suono di questa parola. Adoro ciò che evoca.

 “Il modo in cui scelgo di usare la mia vita”. A cosa scelgo di dedicarla.

Si. La sentivo quella missione, quel fuoco che spinge a combattere.

(A combattere anche quando ti senti un Don Chisciotte e quelle sbarre, mulini a vento).

Le prime settimane furono di conoscenza reciproca.

Una conoscenza intensa, spesso estenuante, fatta di dialoghi, di letture, di scontri. E poi ancora di letture per approfondire gli scontri e continuarli.

Cercavo di assorbire i loro punti di vista, assorbire quello che io stessa provavo lì dentro per riuscire ad avere un’idea di cosa davvero rappresentassero quelle quattro mura.

Un’idea che poteva solo essere irrimediabilmente parziale. Limitata.

E di quel limite sentivo l’urgenza. Dovevo ampliarlo. Romperlo.

Volevo ampliarlo.

Carcere.

Ne parlano tutti. Tutti pensano di saperne sempre abbastanza a riguardo o che bastino pochi libri letti per esaurire le argomentazioni. Ma nessuna pagina sarà mai abbastanza intensa come quella vissuta.

Ricordo che passai le prime settimane a rendermi conto di tutte le cose che davo per scontate. Che trattavo con leggerezza. Nella mia vita e in quella lì dentro.

(Come se poi fosse possibile ingabbiare la vita e distinguerla! Fermarla. Fotografarla).

Affinare le percezioni.

Uno dei regali più belli che quei volti, quelle sbarre, mi hanno donato.

Imparare a toccare con delicatezza anche ciò che fa male. A non respingerlo. A lasciarlo vivere per capirne il senso. Perché è parte di te e ha legittimità.

Imparare a stare vicino senza giudicare. Senza pensare di avere la soluzione a portata di tasca. Senza banalizzare vissuti, riducendone la complessità e chiudendoli in compartimenti stagni. Non può esistere nessuna classificazione. Nessuna classificazione che nel contempo non ingabbi anche noi.

Imparare a rispettare le idee altrui. Anche quando è difficile. Anche quando è assurdo.

Ad accogliere ciò che è diverso da te senza sentirti invasa. Senza paura di perdere i tuoi punti di riferimento.

Un’accoglienza che gioca con le tue barriere e si diverte a buttarle giù.

E le mura cadono.

Mura molto più forti di quelle materiali, visibili. E di colpo acquisti porzioni di libertà. Porzioni di te stessa.

(Il livello di un videogioco superato. Questa la sensazione).

E quelle porzioni diventano visibili. A te stessa e agli altri. Si fanno leggibili. E pungolano l’animo altrui. Ispirano al disarmo. Quel disarmo che sembra tanto faticoso, tanto temuto. Quel disarmo che sembra difficile e che invece una volta innescato ti fa sentire il peso di quella corazza. E non è più un problema toglierla. Metterla per iscritto.

Darle voce.

E’ proprio così che è nato il laboratorio di scrittura creativa.

P.s. Prima del classico “Alla prossima puntata” volevo condividere con voi lo scritto di una persona che ha animato di se stesso quelle mura, quel laboratorio. Che ha regalato a tutti noi pagine di pensieri e che adesso ha riottenuto quella libertà che dentro di sé non ha mai perso. Ha voluto prestarmi i suoi occhi per descrivere un percorso che io non potevo conoscere. Per regalarmi la sua prospettiva. I suoi passi dalla cella al laboratorio di scrittura. Ha sempre scelto di firmare i suoi scritti come “Ness1” e sarà così che continuerò a chiamarlo qui.

2 Anni. Per 100 passi. Settantamila passi per raggiungere un laboratorio di scrittura che è libertà solo se sei disposto a combattere. Perché si lotta solo per qualcosa per cui non puoi vivere.

Ogni volta, ogni giorno, quei 100 passi ti riportano indietro come la risacca che rompe il fiato e spezza i remi.

Per un Ness1 come me era come scorgere Itaca per poi perderla di nuovo.

La vera libertà non è raggiungere Itaca ma è nello spingere i remi e dare vento alle vele della nostra personale Odissea.

scrittura-in-carcere

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10 thoughts on “Storia di come sono finita dentro -Parte seconda –

  1. Come quando ti lasci cadere all’indietro e sai con certezza e leggiadria che qualcuno ti afferrerà.. Mi sono lasciata andare alla bellezza di queste parole… Questa e’ la sensazione che ho provato… Bellissimo nel cuore

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