“Il malato immaginario” – Carcere e Teatro

“Chissà quanta gente si dà malata come me e non esce più di casa perché ha paura di affrontare la vita!

Ma voi no eh!  Mi raccomando!

Andate e godetevela!

E soprattutto oh!

Soprattutto pensate ad essere felici!”

Atri.

In una bomboniera di teatro.

“Il malato immaginario”.

Bellissimo vedervi recitare su quel palco.

Come dei veri attori.

Attori nel senso più autentico del termine.

E pensare che in carcere sbirciavo da dietro la porta le vostre prime prove e vi vedevo già pronti.

Pronti a svestirvi dei vostri panni per fare spazio a quelli di un altro personaggio, spesso anche lontano da voi, ma nel quale avete fatto di tutto per immedesimarvi.

E più vestivate panni non vostri, più erano proprio i vostri che imparavate a conoscere e a mettere alla prova.

Senza forzature. Forse all’inizio, senza nemmeno accorgervene.

Per poi arrivare a dire: “Ho imparato ad entrare a contatto con le mie emozioni. Le ho riscoperte diverse. La strada da fare è ancora tanto lunga, ma mi sento cambiato. Diverso”

Quando sono venuta a salutarvi dietro le quinte, non ho visto detenuti.

Non indossavate quell’abito.

L’avevate abbandonato del tutto.

Finalmente.

Ho visto entusiasmo, adrenalina. Ho visto voglia di salire sul palco per poter arrivare al pubblico e comunicare.

Senza paura. Senza nessun tipo di barriera. Senza rivangare il passato.

Vi ho visti fragili, senza nessun timore di mostrare quella fragilità.

Vi ho visto ripassare le battute fino all’ultimo momento, seppur consapevoli del fatto che ormai sapevate a memoria anche le virgole.

Voler dare il massimo al vostro pubblico.

Penso che questa sia stata senza ombra di dubbio la cosa più bella che avete trasmesso a tutti coloro che, in platea, erano lì per voi.

E voi, non volevate deludere le aspettative.

Eravate impegnati. Preoccupati.

Ma non erano le “solite” preoccupazioni.

Eravate preoccupati perché volevate riuscire. Perché vi eravate dati un obiettivo ed eravate determinati a fare di tutto pur di raggiungerlo.

Rieducazione.

Un termine che io ho sempre odiato.

(Chi siamo noi per rieducare qualcuno?!)

Ma se dovessimo prenderlo per buono, beh, credo che sia proprio questo il senso più autentico.

Non fuggire. Affrontare.

E voi l’avete fatto.

Su di un palcoscenico. Con il coraggio di chi vuole tornare a vivere e soprattutto vuole tornare ad essere felice.

Poi,ad un certo punto, mi sono girata e mi sono concentrata sulla platea.

Volti pieni di lacrime. Quelle dei vostri familiari.

Ho visto lo spettacolo finire e una bambina correre verso il proprio papà.

Aspettava quel momento da chissà quanto tempo.

Correva ad ali aperte.

A pretendere un abbraccio che non dovrebbe mancarle così tanto. Che dovrebbe avere l’opportunità di vivere. Come ogni singolo bambino.

Ho visto occhi innamorati rincontrarsi e scambiarsi lettere.

Ho visto sguardi silenti in cui ci si è detti tutto senza parlare.

Ho visto tutto quello che chiunque di noi darebbe per scontato.

Perché è lì, a portata di mano. E forse proprio per questo, sminuito.

Emozioni che sono arrivate fin dentro la pelle e che mi sono riportata a casa, continuando a sorridere e a pensarvi per tutto il viaggio di ritorno.

Godetevi il vostro palcoscenico.

Prendete il gusto del palcoscenico.

Quello della vostra vita.

Perché è vostro e siete voi che in ogni singolo momento potete scegliere di salire e dargli voce. Darvi voce.

Esattamente come avete fatto stasera.

Creando valore ed emozionando tutti.

La veste del detenuto è solo una veste.

Un pò come quella del malato immaginario.

Ma voi, avete imparato ad affrontarvi, spogliandovi.

E allora, che lo spettacolo abbia inizio!

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