“Qui dentro puoi”

Venerdì.

Un venerdì.

Uno che comincia come tanti.

 Carcere.

Lascio la mia carta d’identità all’ingresso e scherzo un pò con la guardia.

Stranamente il metaldetector sta buono e io non sono costretta a togliermi braccialetti, collane e orecchini.

Quando arrivo i ragazzi stanno già scrivendo e così, dopo i saluti generali, mi precipito anch’io a scrivere.

Sentivo il vuoto cosmico dentro di me.

Una sensazione che è diventata familiare.

A periodi alterni io e la scrittura litighiamo.

Ci guardiamo in cagnesco da lontano ma poi nessuna delle due può fare a meno dell’altra.

Venerdì uguale.

Non riesco a buttare giù nemmeno due righe.

Il tema del giorno è la follia.

Tutto quello che passa nella mia mente mi sembrava stupido, banale.

Sto quasi per buttare la spugna.

Mi dico: <<Vabbè, mica è obbligatorio che io scriva per forza tutte le volte!>>

Eccola lì, la chiusura.

Ormai ho imparato a capire quando metto mille ostacoli tra me e un obiettivo.

Mi diverto ad aggiungerne sempre di più, così da raccontarmi meglio che quella cosa è meglio rimandarla, che forse forse ogni tanto possiamo anche stare lì a crogiolarci nell’inerzia.

Si, è vero, si può cedere.

Siamo esseri umani.

Ma..

C’era un ma..

Qualcosa stavolta era diverso.

Questo crogiolarmi non mi stava bene.

Mi rendevo conto che si stava innescando di nuovo uno di quei meccanismi il cui tragitto è talmente tanto scavato dall’abitudine, che ti ritrovi a ripercorrerlo per inerzia.

Non per scelta.

Quel tragitto lo volevo cambiare. E non me n’ero nemmeno resa conto.

Perché non l’avevo deciso.

O meglio, non l’avevo razionalizzato.

Come succede in tutti i cambiamenti più profondi.

Automaticamente mi sono ritrovata a pensare al motivo per il quale ero lì dentro.

E’ stato un pò come rinnovare la mia determinazione.

Rinfrescare meccanismi che rischiano di finire per essere oliati dall’abitudine più che dalla consapevolezza.

Io volevo più di ogni altra cosa che loro imparassero a non giudicare i loro pensieri.

Volevo che loro si sentissero legittimi.

Volevo che si sentissero “esseri perfettamente dotati”.

Con tutti i loro difetti.

Pacchetto completo.

Sopra ogni cosa volevo che si sentissero liberi.

E come potevo, proprio io, decidere di non scrivere nulla?

Cosa gli avrei lasciato?

Decisi allora di seguire lo stesso consiglio che davo a loro tutte le volte che erano in difficoltà a buttare giù qualcosa.

“Scrivi del motivo per il quale sei in difficoltà. Scrivi cosa provi. Scegli di lasciare la tua impronta all’interno di questo laboratorio. E di farlo proprio qui, proprio adesso, anche quando senti di non riuscire ad esprimerti.

Alzare un muro è semplice. Basta un attimo.

Ma fare lo sforzo di voler comunicare, di usare te stesso per condividere il tuo spazio e allargare quello degli altri. E’ questo che fa la differenza”.

Allora ho cominciato a scrivere, facendo scorrere la penna senza riflettere.

Senza darmi il tempo di pensare e autocassarmi.

Ad un certo punto, dopo la pausa, abbiamo cominciato a leggere gli scritti.

C’era un’atmosfera bellissima.

Come se fosse la cosa più naturale di questo mondo S. ha cominciato a leggerci una lettera che aveva scritto suo figlio per lui.

Uno spazio intimo, privato.

Quando l’emozione diventava troppo forte e la voce veniva rotta dal pianto, automaticamente un’altra voce dava vita a quelle parole.

Un prestito. Una voce che supporta chi in quel momento non ce la fa.

Per poi restituirgli quelle parole una volta che le lacrime erano state asciugate.

Ho ringraziato profondamente S. per aver scelto di condividere con noi quella lettera così tanto preziosa, di cui sarebbe stato normale essere gelosi.

E poi un altro scritto e un altro ancora.

Lacrime che scendono giù senza barriere.

Senza la minima necessità di mostrare una forza che in quel momento strideva con il proprio reale stato d’animo.

E poi D. che sceglie di leggere lo scritto di un compagno che non se la sentiva.

Quella scelta fatta senza pensare.

Un sostegno che voleva dare voce a tutti.

Io guardo quel meccanismo di reciproca empatia.

Lo guardo sbalordita.

Non perché non credevo fosse possibile.

Semplicemente perché quando qualcosa di diverso prende vita resti estasiata dal potere della creazione di valore e ringrazi il fatto di crederci.

Di crederci profondamente.

E poi arriva quella frase che apre anche il mio di rubinetto.

D. dice “Qui dentro puoi. Qui dentro puoi farlo. Puoi essere te stesso.

Puoi scegliere di non doverti difendere”.

Ok, è decisamente troppo per il mio cuore.

E ho ringraziato il momento in cui ho deciso di non seguire il mio “piccolo io”, quello più ancorato alle mie zone comfort, e di scrivere ugualmente, dando importanza non a me stessa ma all’obiettivo tanto più grande che avevo di fronte.

Sono tutte queste circostanze a riconfermarmi che bisogna avere sogni grandi.

I sogni se ne fregano dei tanti “piccoli io” con cui si trovano a fare i conti.

I sogni responsabilizzano e ti mettono tutti i giorni di fronte ad una verità insindacabile:

“Sei solo tu che decidi di dargli vita, concretizzandoli ogni singolo giorno”

Ogni singolo giorno in cui scegli di fare un passo avanti.

Anche piccolo, ma avanti.

  I miei sogni hanno sempre abbracciato tutte le mie insicurezze.

Le hanno accarezzate fino a che non ho sentito di potercela fare.

Le parole di questi ragazzi rafforzano i miei sogni.

Così in tutti i momenti di difficoltà ci sono loro a ricordarmi che quando ti dimentichi di te stessa per dedicarti a qualcosa di più grande, le insicurezze si dimenticano di te e l’impossibile prende vita.

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2 thoughts on ““Qui dentro puoi”

  1. Altro bell’argomento tosto. Il carcere dove puoi essere e abbandonarti e le prigioni degli schemi e delle abitudini che possono arrivare ad avere mura più spesse di quelle fisiche.

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