L’amore mi ha distratta.

Esco di corsa dal lavoro e mi precipito a fare la spesa, evitando di aprire i salatini che ho gia’ buttato nel carrello. Faccio il giro e in un lampo sono alla cassa (Wow..i salatini sono ancora intatti..).
Cassa amica…di chi devo ancora capirlo vista la fila colossale (I salatini sono sempre piu’ a rischio).
Do uno sguardo distratto a quello che ho comprato sperando di non essermi dimenticata nulla…ma tanto e’ inutile perche’ la cosa piu’ importante mi tornera’ in mente esattamente nel momento in cui avro’ varcato la soglia di casa.
Forse forse e’ arrivato il mio turno e mentre aspetto che la coppia di signori davanti a me passi le ultime cose, ecco che la cassa si blocca. (No eh! No…)
Chiamo l’omino delle casse e mentre in una catena di pronto soccorso, lui chiama il super omino delle casse, sento la signora (70enne?!) che cerca di convincere il marito a lasciare le cose che non sono riusciti a passare. <Per domani possiamo fare anche a meno delle fette biscottate!>. Ma il compagno non sembra molto d’accordo. <Devi sempre rovinare tutto! Quelle mi servono..con che cosa te lo porto il caffe’ domani mattina?>.
La mia allergia a San Valentino e’ risaputa, ma gli occhi sorridenti di quella signora hanno disteso le sue rughe e placato il mio desiderio di sbloccare la cassa con il pensiero.
Deve aver notato la mia espressione ammirata , perche’ tre secondi dopo lui mi guarda e mi dice: <Signorina sono 50 anni di matrimonio..quasi 51..ma non c’e’ mai stato un singolo giorno in cui io non abbia fatto di tutto per vedere i suoi occhioni nocciola sorridere cosi’. Ed e’ una sfida che vinco sempre>.
E mentre il super omino arriva, quasi mi dispiace veder svanire quei personaggi da fumetto che se ne vanno mano nella mano.
A volte nella vita si e’ attratti dal fuoco, da cio’ che divampa e sembra rendere tutto piu’ colorato. Ma poi arriva la cenere.
Beh quella coppia per me era acqua. Che scorre costante, adattandosi alle buche, al terreno. Che scorre, facedosi beffe degli ostacoli, perche’ il suo segreto e’ nel movimento. Nella sua volonta’.
E stavolta rientrando a casa, ho una scusa pronta per essermi dimenticata il pane. L’ amore mi ha distratta. #distrazioni #cassegaleotte #rughesorridenti

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Soffice infinito.

Stamattina mi sono svegliata sul divano.

C’ho messo un buon quarto d’ora a ricordarmi perché mi trovassi lì.

Non ricordo di aver sognato. Forse non l’ho fatto.

Ricordo solo di essermi svegliata con un’immagine.

Una di quelle che si stagliano nella mente proprio in questi pochi istanti in cui stai per aprire gli occhi.

Una di quelle dai contorni sfumati dal sonno e illuminati dalla realtà.

Dei palloncini che volano liberi.

Erano talmente tanti da coprire qualunque altra cosa.

Anche il cielo.

Eppure lo si percepiva lo stesso.

Quella sensazione di infinito che accoglie e che senti anche se non riesci a toccarlo.

Perché è lui che sfiora te.

A volte è solo un tocco. Una carezza.

A volte è una sensazione che senti nella pancia e che t’invade.

Sembra avere un proprio volume ma in realtà c’è. Sempre.

Sono i miei rumori a fargli concorrenza.

Quando li spengo, quando decido di essere, la sua melodia la sento forte.

E allora quei palloncini non scoppiano. Non si agganciano.

Volano trovando il loro spazio.

La loro dimensione.

Senza scalpitare.

Senza accavallarsi.

E poi quel cielo lo vedi.

Lo vedi prendersi gioco di te e del tuo scetticismo.

Ti sorride.

E mentre mi immergo in quell’immagine, mi riprometto di credere in quel blu infinito anche quando non lo vedo.

Di credere di esserne accarezzata, anche quando non lo sento.

Di farne parte anche quando la mia anima si isola e si distrae capricciosa.

Torno a farci pace e volo anch’io tra quei palloncini.

Splendendo dei miei colori.

Nel mio piccolo spazio infinito.

Sulla soffice nuvola della mia vita.

palloncini

 

Desiderare. Istruzioni per l’uso.

C’è un biglietto che in questi giorni mi perseguita.

E’ una specie di ombra che viaggia attaccata alla mia.

Ho pensato a quella scena di Peter Pan, quando Wendy cerca di ricucirgliela l’ombra.

La sola differenza è che qui le parti si sono invertite.

Io non la cerco. Ma lei è lì.

E non è tanto un’ombra fisica.

E’ più un retropensiero che colora con un pò di sé tutto il resto.

E allora hai sempre la sensazione che stai rimandando qualcosa.

Che c’è qualcosa che ancora devi fare.

E stamattina proprio non ne potevo più.

Di che cosa sto parlando?

Del mio bigliettino dei desideri per il nuovo anno.

Ho deciso di non chiamarli obiettivi.

Perché sembrerebbe qualcosa di forzato – per lo meno ai miei occhi in questo momento.

E perché ho capito che non voglio più essere soltanto una macchina da guerra.

Voglio che i miei obiettivi (opsss…desideri), siano immersi nel romanticismo dei percorsi che attivo per toccarli con mano.

Che non siano una misura del mio valore, qualcosa senza la quale “non sono”.

Nè voglio che diventino dei limiti oltre i quali penso di non poter andare.

I desideri non sono lì a riempire mancanze. O vuoti.

Non sarebbe giusto per loro, né tantomeno per noi stessi.

Voi vorreste essere un tappa – buchi?

Ecco, nemmeno i desideri.

Credo che sia questo il motivo per il quale così tante persone hanno difficoltà a metterli per iscritto.

Non perché non ne abbiano .

Ma perché si fermano a pensare a ciò che manca.

Il che sembrerebbe anche legittimo.

Ma ad un occhio attento quella mancanza è paura.

E così quel biglietto diventa frustrante.

Un concentrato di tutto quello che pensiamo di non poter realizzare.

La linea è sottile. Sottile e velenosa.

Perché poi quel foglietto finisce sempre per contenere tutto, tranne quello che avremmo voluto scrivere davvero.

C’avete mai fatto caso?

Il primo biglietto sincero penso di averlo scritto l’anno scorso. Dopo ore di sudata lotta.

Ed è stata una gioia enorme vedere quanto la mia vita si sia arricchita nel mentre camminavo per andargli incontro.

Forse il punto è proprio questo. Pensare alla sensazione che si vorrebbe provare, proprio lì, nello stomaco, alzandosi la mattina per poter curare tutto ciò che si è scelto.

E’ questo lo spirito con il quale scriverò il mio nuovo anno.

E se per caso dovessi dimenticarmelo, tornerò qui a leggere questi buoni propositi.

La cosa che sarà sicuramente in cima al mio elenco è impegnarmi per fare in modo che tutte le persone che popolano la mia vita, siano consapevoli del posto che abitano e dell’importanza che rivestono per me.

Permettere a chi hai accanto di sentirsi superfluo o intercambiabile è quello che a tutti i costi voglio evitare.

Forse perché più volte durante l’arco di questo anno, ho avuto io stessa la sensazione di essere trattata in questo modo.

Essere trattata? Mmm..i verbi al passivo non mi sono mai piaciuti.

Nel bene o nel male sono sempre io a volermi prendere la responsabilità della mia vita.

A volte rompe le scatole il fatto di non potersi mai lamentare. Ma la realtà è chiara.

Sono io che l’ho permesso.

E questo ha anche un risvolto positivo. (E menomale.)

Perchè se sono io ad averlo permesso, posso fare in modo che non accada mai più.

Soprattutto, cosa ancora più importante, posso fare in modo che nella mia vita il superfluo non abbia più spazio.

Eh si, quello spazio lo uso per i miei desideri.

Per tutto ciò che illumina la mia vita e il mio sorriso.

E anche per un pò di sana polvere.

Meglio quella che il superfluo, no?

Buona vita a tutti! ❤

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Immersioni.

L’altra sera guardavo il mio alberello sbrilluccicoso nel buio della sala , dalla mia prospettiva preferita.

Quella del divano ovviamente.

In questi giorni mi sono concessa tante di quelle maratone di libri che ho avuto tempo solo di uscire da un pigiama per rientrare in un altro.

Poi oggi è arrivato il momento di vestirsi e mettersi i jeans.

Che c’entra?

C’entra.

Perché questa lunga maratona è stata un’immersione, un momento solo mio in cui nessun altro poteva essere incluso. Credo che avrei ringhiato.

E forse l’ho fatto.

Sono stata particolarmente gelosa dei miei spazi. Asociale come in poche altre occasioni. Quasi quasi faticavo a riconoscermi.

Ho concesso davvero a poche persone di accostarsi alla bolla che mi ero creata intorno e solo a quelle che erano disposte a sedercisi accanto senza la pretesa di volerla rompere.

Senza la pretesa di volere spiegazioni che in quel momento non cercavo nemmeno per me stessa.

Perché se c’è una cosa che ho imparato in questi mesi è quella di rispettare ogni singolo momento che la vita ci regala. Soprattutto quelli che non siamo in grado di comprendere. Quelli scomodi.

Quelli che tornano a farti sentire che c’è qualcosa che hai perso di vista e che ora sta richiamando la tua attenzione.

Ed ecco che torniamo ai jeans.

Sono uscita dal pigiama dopo aver preso due decisioni molto importanti che aspettavano lì in coda da tanto tempo. E solo allora, mi sono resa conto del valore di quell’immersione. Di quanto sia stata preziosa.

Un’incubatrice.

Ho chiuso l’ultimo libro e la decisione era lì. Senza che io nemmeno c’avessi pensato. Senza essermi scervellata.

Era lì, tra i pacchetti del mio albero di Natale.

E mentre oggi sulla cyclette pensavo alla lista degli obiettivi che mi ero posta per quest’anno, mi sono resa conto che quell’obiettivo non realizzato era necessariamente lì a bussare e a richiedere il suo tempo. Esattamente lo stesso che ho dedicato a tutti gli altri.

Chissà perché pensiamo sempre che sia necessario chissà quanto tempo per prendere una decisione.

In realtà è il frutto di un attimo.

E’ qualcosa che ti salta dentro.

Che inverte la rotta.

E allora tutto il tempo che spesso leghiamo alla scelta di una direzione, non è quello necessario per prenderla, ma per fare i conti con tutti i foglietti che hai depositato su quel desiderio, nascondendolo alla vista.

Solo alla vista.

La vita bussa. E lo fa sempre nel momento più opportuno.

Di colpo senti che c’è qualcosa che manca. Che hai scelto, ma che stai trascurando.

Le scelte, quelle più profonde, non ti trascurano.

Non si dimenticano di te. Anche quando tu ti dimentichi di loro.

E dopo quel salto è come se qualcosa fosse cambiato definitivamente.

Come se avessi recuperato una bussola e adesso fossi pronta ad affrontare di nuovo i miei spazi. Ad aprirli agli altri senza percepirli come nemici. Invasori della mia intimità.

E mentre guardo quel pigiama arrotolato sul letto, sorrido.

Sorrido pensando di essere di nuovo in ritardo.

Bentornata normalità.

immersioni

Eccomi.

Quando sto bene, me ne accorgo.

Ultimamente soprattutto.

Si, serve dirlo.

Perché è facile lasciar andare via quel momento senza averlo ringraziato.

Quindi io ho deciso di accorgermene.

L’ho deciso.

Ma poi è quel momento che si impone senza che ci sia bisogno di trattenerlo.

Si, perché quando sto bene, ho la sensazione di non dover trattenere le parole.

Di non dover trattenere le emozioni.

Di poter liberare quella parte di me che normalmente si vergogna di mostrarsi.

Proprio quella parte che è abituata a dialogare solo con me stessa.

Con le mie domande e le mie risposte.

Ecco.

Quando sto bene sono in grado di mostrare il mio dialogo interiore.

Di svelare le parole che pronuncio con difficoltà.

Le battaglie che spesso non ammetto nemmeno a me stessa.

Il rossore sulle guance.

Il mio rossore parla.

Dice: “Eccomi. Non ho paura. Sono io”

Mi piace arrossire proprio per questo.

Perché è qualcosa che non puoi controllare.

Ed è proprio quando non controlli più te stessa né le tue emozioni che sei in grado di metterti in gioco.

Che accetti te stessa senza pensare a quale sia la reazione più giusta.

La scelta più giusta.

Perché non ci sarà mai una reazione giusta.

C’è solo quella che aderisce perfettamente alla tua vita.

Ai panni che stai indossando e a quelli che ti restano addosso anche una volta tolti.

E’ qualcosa che coccola i lembi della tua pelle e solletica i tuoi sogni.

Che si diverte a combaciare perfettamente con le impronte che hai lasciato e con tutte quelle che lascerai.

E allora mi sono ripromessa di arrossire più spesso.

E di accorgermene.

E’ il mio dialogo interiore che si mostra.

E bisogna sempre accorgersi dell’inizio di un dialogo.

Accorgersi di stare bene.

Eccomi.

arrossire

D’un tratto. Spazio.

Ho cominciato a dimenticare.

In maniera naturale, senza nessuna forzatura.

No, non l’oblio.

Nessuno dimentica davvero.

Solo la meravigliosa sensazione di avere spazio.

Dopo tanto tempo.

Spazio.

Non pensavo che sarebbe successo.

A volte vorresti essere in grado di liberarti di tutto quello che riveste le tue pareti.

Strapperesti i poster, i fotogrammi mentali che ti scorrono di fronte come se li stessi vivendo anche in quel momento.

Ma quelle immagini hanno ancora energia.

Energia da consumare.

Energia da lasciarti.

E allora decido di assorbirle fino in fondo. Smetto di graffiare il muro.

E d’improvviso, quando stavo per dimenticarmi di volerlo…spazio.

E’ un pò come fare un trasloco. Un trasloco dell’anima.

Mi siedo nella mia stanza vuota, respirando le possibilità che sento di poter accogliere.

E di poterlo fare davvero adesso. Senza dover accavallare nulla.

Senza sentire di dover aprire la finestra per poter prendere aria.

E la cosa bella dello spazio, è che impari a dargli un valore.

Percepisci che l’essenziale non aggiunge, ma toglie.

Toglie per renderti libera.

Toglie per evitarti il traffico.

Toglie per permetterti di riempire la valigia di tutto quello che i tuoi occhi avranno la forza di assorbire.

E’ come scoprire nuove stanze.

Qualche vecchio comodino potrà anche rimanere.

Perchè ciò che segna non vuole davvero essere dimenticato del tutto.

E forse non lo vuoi nemmeno tu.

Ma adesso sei tu che scegli.

E scegli di non strappare.

Ti fai attraversare.

E d’un tratto ti rendi conto che quel comodino aveva proprio quella funzione.

Rovesciare la sensazione di essere dominata, di non avere potere.

E allora lo lasci lì.

E’ il tuo modo per ringraziarlo di averti donato quegli spazi.

E quel potere su te stessa.

Proprio quello che pensavi di non riuscire a recuperare.

 Quello spazio profuma di te.

Solo di te.

E più lo annusi, più ti respiri.

L’essenziale.

Eccolo.

E d’un tratto…spazio.

valigia-vuota

Al centro.

In un angolo.

Impotenti.

Quante volte abbiamo pensato di essere privi della possibilità di scegliere?

Scrivere il finale di un film, prima ancora di conoscerne le singole scene.

Per tranquillizzare la mente.

Per cercare di avere il controllo di tutto.

Per evitare il rischio del fallimento.

Ed evitarlo almeno razionalmente.

Perché no.

Noi no.

Non possiamo fallire.

Beh, è una cosa che facevo spesso.

Non che ora ne sia esente.

Ma mi alleno in direzione ostinata e contraria.

Ogni giorno.

Perché non si impara mai una volta per tutte.

Mi alleno esattamente come si fa con i pesi in palestra.

Ho riscoperto la bellezza del non soffermarsi troppo sulle circostanze esterne.

Sulle cose che puntualmente accadono o non accadono.

Semplicemente mi alleno ad usarle in modo nuovo, diverso.

Per raddrizzare il tiro rispetto alla direzione nella quale davvero voglio andare.

Per capire cosa non voglio.

Cosa voglio.

Perché è già lì.

Lì, nello stomaco.

E imparare a non avere paura di sentirlo.

Di dirmelo.

Di dirmelo ad alta voce.

Senza lasciarlo sotteso.

Quando regali un megafono ai sogni, è come se davvero li mettessi in moto.

Qualcosa cambia profondamente.

La consapevolezza.

Soprattutto cambia la percezione.

La sensazione di poterli meritare davvero quei sogni.

La differenza tra un obiettivo e un sogno per me è proprio questa.

Sta tutto in quell’azione.

Che è soprattutto “riconoscere”.

Riconoscere per raggiungere.

A volte ci si lamenta del tempo.

Del tempo infinito che sembra passare.

O della confusione.

Quante volte l’ho fatto?! Ho perso il conto.

Ma la cosa più bella è rendersi conto del fatto che quel tempo era quello necessario per lasciarlo maturare quel megafono.

E per avere la certezza di volerlo usare.

Su questo l’ambiente non ha nessun potere.

Perché quello più importante è proprio lì in quello stomaco.

E allora la chiave di tutto non è (o non è solo) “reagire”.

Ma “agire”.

Non è nell’effetto.

Di cui sentiamo spesso il peso nelle conseguenze che viviamo.

Ma nelle cause.

Cause che illuminano quell’impotenza e ne rompono le mura.

E’ così che ho scoperto di non essere in un angolo.

Ma nel centro esatto dei miei sogni.

Dovevo solo guardarli.

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